Tracciabilità alimentare
Ottobre 19, 2005 on 8:19 am | In Bit e Chip |Cosa c’? di pi? simbolicamente genuino e naturale di una bella mela gialla (o rossa,
a piacere)? E cosa c’? di pi? artificiale e astratto di un codice a barre? Eppure la garanzia che la bella mela Golden venga dal Trentino e sia stata coltivata senza antiparassitari e non abbia avuto maturazione forzata passa dalla stampa di un codice a barre univoco sulla sua buccia.
Lo stesso avviene per le uova con la data di raccolta e con un sempre maggior numero di prodotti alimentari con altri strumenti tecnologici, fino ai tag RF-ID. La genuinit? passa dall’alta tecnologia, sembra un paradosso ma ? semplicemente una delle costanti della contemporaneit?, i problemi portati dalla tecnologia e dall’innovazione vengono risolti con pi? tecnologia.
D’altra parte, i due fattori che stanno rendendo prioritaria la garanzia che quello che i prodotti alimentari dicono di essere effettivamente siano non sono reversibili. La globalizzazione da una parte, che tende ad aprire i mercati, e i progressi delle tecnologie agro-alimentari (che vanno avanti da 200 anni), anche senza considerare gli interventi sul
patrimonio genetico degli organismi, portano al consumatore prodotti “astratti”, ossia senza un collegamento intrinseco alle loro tradizionali origini geografiche e di processo. Questo collegamento, che in un mondo ideale dovrebbe essere garantito dall’educazione alimentare dei consumatori, in teoria dalle normative nazionali e internazionali, in
concreto pu? essere fatto valere solo con strumenti che non possono che essere tecnologici e legati fisicamente al singolo prodotto. In altre parole, facendo uso delle tecniche di tracciabilit? alimentare.
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Due termini sono diventati di uso comune negli ultimi anni in campo agroalimentare: “tracciabilità” e “rintracciabilità”.
L’Unione Europea ha stabilito che dal 1° gennaio 2005 gli operatori del settore agro-alimentare devono dare obbligatoriamente indicazioni relative alle origini dei prodotti e a chi è intervenuto nelle singole fasi della filiera di produzione.
Carne, salumi, uova e prodotti ortofrutticoli devono essere rintracciabili con una “carta di identità”.
I prodotti agro-alimentari devono riportare sulla confezione un’etichetta e una serie di informazioni che permettono di conoscere il percorso di un alimento dalla produzione alla tavola rendendolo “tracciabile”.
Le informazioni di “tracciabilità” compariranno sulle confezioni in forma di codice alfanumerico, una sequenza di lettere e numeri dove ogni lettera e ogni numero hanno un preciso significato.
E’ fondamentale anche poter rintracciare tutta la produzione di un certo lotto: questo “obbligo” normativo di fatto è un vantaggio per chi produce in quanto permette di bloccare un’eventuale partita di alimenti “sospetta” o difettosa, che non risponde alle dovute garanzie di qualità o mette a rischio la salute dei consumatori senza compromettere l’intera produzione e/o senza creare disagi per l’intera azienda.
Per i produttori gli obblighi di tracciabilità sono un vantaggio anche perché la qualità dei prodotti del nostro Paese può solo uscire vincente in un confronto con il mercato globale, grazie alle regole severe sulle garanzie in campo agro-alimentare adottate dall’Italia.
Per i commercianti rendere “tracciabili” i prodotti serve a fidelizzare i consumatori grazie alla trasparenza e all’informazione mantenendo livelli di prezzo competitivi sul mercato.
I consumatori, prima di acquistare un prodotto, grazie alla tracciabilità, possono fare valutazioni sia di costo che di fattori che coinvolgono l’etica e la salute: ad esempio possono sapere con certezza se l’alimento che stanno per mangiare proviene da un animale sano o decidere (eticamente) di friggere un uovo deposto da una gallina allevata a terra e non in batteria in condizioni poco sopportabili.
Commento di Luca Bono — 6 Maggio 2008 #