Redomino Plone Tour 2007

Aprile 30, 2007 on 12:40 pm | In Valley | 1 Commento

Il Redomino Plone Tour, occasione per entrare nel mondo del software libero, torna nel 2007 con un calendario ricco di date (Torino, Padova, Venezia, Napoli e Milano).
Anche quest’anno Redomino proporrà a tutti gli interessati, che incontrerà durante le tappe previste nelle maggiori città italiane, una giornata di presentazione gratuita sull’utilizzo del sistema di gestione dei contenuti (CMS) Plone.Durante il corso verrà data prova della semplicità con la quale Plone 2.5 permette la creazione di un applicativo web e consente la gestione e la modifica dei dati e verranno mostrati i più comuni impieghi del software libero. Tra gli argomenti principali anche Plone 3.0, il cui rilascio sarà possibile grazie ai recenti sviluppi.

L’evento sarà aperto a chiunque desideri avvicinarsi al mondo Plone e più in generale all’Open Source e al Software Libero, indipendentemente dalle proprie conoscenze informatiche. Sarà gratuito, per consentire e favorire la conoscenza del web attraverso Plone e per offrire una vantaggiosa occasione di formazione a tutti gli interessati.

La pagina web ufficiale dell’evento

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radio.it

Aprile 30, 2007 on 12:02 am | In Innovare, Bit e Chip, Valley | Nessun commento

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ALPI365 Expo

Aprile 29, 2007 on 11:53 pm | In Eventi, Investire, Raccontare, Creare, Valley | Nessun commento

ALPI365 Expo  Biennale delle montagne rappresenta il momento cardine del programma di ALPI365, un evento sulla montagna “fuori dal comune”, che si terrà a Torino dal 4 al 7 ottobre 2007 a Lingotto Fiere.

ALPI365 Expo Biennale delle montagne si candida ad essere l’appuntamento più innovativo nel panorama fieristico del settore. Un’esposizione in grado di conciliare il gradimento del grande pubblico e le esigenze degli operatori.

La montagna deve essere vissuta intensamente, 365 giorni l’anno.

Da questo concetto nasce ALPI365, il nuovo ed esclusivo punto di riferimento per chi promuove la montagna in ogni sua dimensione. ALPI365 racchiude un programma triennale di iniziative ed eventi culturali promosso dalla Regione Piemonte e dedicato alle tante espressioni della cultura montana: storia, letteratura, ambiente, sapori, artigianato, innovazione e sport.

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Ripresa a Nord Ovest

Aprile 27, 2007 on 7:27 am | In Raccontare, Fare Impresa | Nessun commento

Da La Stampa del 26 aprile

Da a oltre un secolo il Nord Ovest è un’area cruciale per lo sviluppo dell’Italia. Anzi, a lungo ciò che oggi si definisce il Nord Ovest era identificato tout court con il Nord del Paese. Un’identificazione che dipendeva dai caratteri portanti di quel territorio raccolto attorno al triangolo Torino-Milano-Genova. Negli Anni Cinquanta e Sessanta, nessuno dubitava che quello fosse il Nord: i primi a pensarlo erano proprio i numerosi immigrati dalle regioni meridionali che, richiamati dalla domanda di lavoro, cambiarono il volto, la demografia, l’impasto sociale delle città settentrionali.

In quel periodo, gli italiani avevano in mente la realtà specifica del Nord Ovest (l’urbanizzazione, la grande impresa, la produzione di massa), ma parlavano semplicemente del Nord.

Per accorgersi che la società settentrionale non aveva una faccia soltanto, ma era poliedrica, si sarebbe dovuti arrivare agli Anni Ottanta e Novanta. Allora si scoprì che esisteva anche il Nord Est, accanto al Nord Ovest, sebbene fosse difficile intenderne i lineamenti e definirlo autonomamente, non per semplice differenza dal Nord conosciuto. L’immagine del Nord Est faceva leva anch’essa su alcuni stereotipi: uno fra tutti, forse il più efficace, era quello del “piccolo è bello”. Significava che la piccola impresa era il soggetto portante di un’imprenditorialità diffusa, differenziata, che pervadeva il territorio, fino a dargli nuova forma. Al posto delle grandi città del Triangolo, si imponeva l’esperienza della campagna veneta: una campagna dai contorni assai poco rurali, disseminata di capannoni industriali, attraversata dai reticoli disegnati da un flusso di traffico in perenne movimento, congestionata di merci.

Nella visione corrente, il Nord divenne allora, all’epoca di Tangentopoli, la “questione settentrionale”, con la protesta per le insufficienze del governo centrale, accusato fare poco o nulla per sostenere lo sforzo produttivo di tanti imprenditori.

Alla fine del Novecento, il Nord Ovest era in sofferenza. Le imprese maggiori apparivano in affanno e alcuni marchi storici, dalla Olivetti alle imprese pubbliche, scomparivano dalla scena economica. Proprio le vicende di cambiamento di quella fase innescavano una questione destinata a diventare per un po’ dominante, quasi ossessiva, nel discorso pubblico italiano, quella del “declino”, che ci ha accompagnato fino a un anno fa, all’incirca.
Ora il tema del declino sembra uscito dall’attualità e il Nord Ovest torna a godere di buona stampa. Per effetto dei numeri di una ripresa su cui pochi avevano osato scommettere. Per merito del rilancio della grande impresa, grazie alla performance della Fiat, soggetto di un turnaround rapido e imprevisto. Grazie, infine, a un processo di diversificazione economica, ma anche sociale, dell’ambiente nord-occidentale, che ha reagito allo shock della crisi di fine secolo.

Come si vede, ci sono ragioni più che sufficienti per interrogarsi sul Nord Ovest con un interesse rinnovato, come ha voluto fare il Consiglio italiano per le scienze sociali varando questo Libro Bianco. Il criterio con cui è stato passato al setaccio il tessuto economico non è stato il computo delle perdite. In altre parole, non abbiamo creduto giusto registrare tutto quello che è uscito dai confini delle grandi imprese come una passività. Ci siamo accorti infatti, interrogando gli operatori e confrontandoci con gli studiosi, che molte attività un tempo esercitate all’interno delle grandi imprese, una volta uscite dal loro perimetro, sono state considerate genericamente come “terziario”, una sorta di settore rifugio in cui vengono accatastati, spesso alla rinfusa, tutti i fattori economici che non sappiamo rubricare con precisione. I fenomeni di outsourcing, cioè l’esternalizzazione di funzioni e servizi che prima venivano svolti entro l’impresa, non cambiano natura soltanto per il fatto di diventare autonomi. Semmai ampliano le loro potenzialità, imparano a servire più clienti, si articolano meglio.

È quanto è avvenuto all’interno del Nord Ovest, dove il sistema dei servizi ha tratto da queste trasformazioni nuovo slancio, ampliando le proprie dimensioni e, se si vuole, trasferendo un po’ della logica operativa dell’industria anche al terziario. Sull’altra sponda, le imprese industriali hanno interiorizzato a loro turno un po’ della logica del servizio, diventando meno manifattura del passato.

Ciò sta determinando un processo positivo di convergenza, che riduce le distanze fra industria e servizi, spingendo entrambi a una migliore integrazione, a ricercare forme di cooperazione e di sintonia.

Le imprese, nel loro complesso, si sono trasformate moltissimo. Abbiamo constatato, per esempio, che sta cadendo la polarizzazione classica fra piccole imprese e grandi imprese, a favore dell’ascesa di un nuovo attore, le aziende di media dimensione, in specie di quelle “multinazionali di nicchia” su cui richiama meritoriamente la nostra attenzione, con puntualità e rigore, l’ufficio studi di Mediobanca.

A questo punto, tuttavia, conviene introdurre un’ulteriore riflessione. Questo cambiamento riguarda davvero soltanto il Nord Ovest? O non sta invece avvenendo qualcosa di analogo anche nel Nord Est? Non è forse vero, infatti, che i due Nord non sono più così lontani come poteva sembrare una decina di anni fa? E dunque non è il caso di prendere in considerazione l’ipotesi di una convergenza fra i due grandi aggregati in cui è stata a lungo scissa la “questione settentrionale”?
Dal confronto con gli studiosi dell’area nord-orientale (come Daniele Marini e la Fondazione Nord Est) pare che le distanze si stiano abbreviando. Perché i problemi di fondo, i nodi da risolvere sono nella sostanza i medesimi, a cominciare da quello di un innalzamento deciso dei livelli di istruzione e di qualità del capitale umano (senza di cui il passaggio all’”economia della conoscenza” è destinato a rimanere uno slogan), delle reti infrastrutturali, delle piattaforme logistiche in grado di elevare la coesione interna e l’apertura internazionale del sistema settentrionale. In conclusione, siamo convinti che chi leggerà il Libro Bianco potrà trovare tanti elementi per continuare a confidare nella capacità di espansione del Nord Ovest e, più in generale, del Nord. A patto, naturalmente, che non resti inevasa la domanda di rappresentanza insita nel mutamento della società settentrionale.

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L’Agenzia che salva la ricerca

Aprile 26, 2007 on 1:23 am | In Investire, Learning, Innovare | Nessun commento

Silvio Garrattini su Tuttoscienze

La ricerca scientifica in Italia è «Cenerentola».
I molti parametri che si possono utilizzare per valutarla sono sempre negativi rispetto ai Paesi industrializzati con cui siamo chiamati a competere. Se si normalizzano i vari parametri in rapporto alla popolazione, dal numero di ricercatori alla spesa per ricerca, ci ritroviamo sempre all’ultimo posto, anche se qualche volta a turno ci salvano la Grecia o il Portogallo.
Un’attenta osservazione della spesa ne rivela non solo il basso livello, ma anche l’irrazionale distribuzione sotto almeno due aspetti. Sono troppe le fonti di spesa per la ricerca. Somme relativamente piccole sono disponibili a livello pubblico da parte di molti ministeri: dalla Sanità alla Difesa, dall’Agricoltura all’Ambiente senza che il ministero della Ricerca possa esercitare un adeguato coordinamento. A livello della spesa universitaria esiste poi un’incredibile confusione fra ciò che serve per mantenere la struttura per la didattica avanzata e la spesa che riguarda invece la partecipazione all’attività di ricerca, spontanea o finalizzata che sia.

Accontentare tutti
E’ in generale anomala la distribuzione delle poche risorse disponibili. Predomina, infatti, una distribuzione «a pioggia», che cerca di accontentare tutti senza riconoscere invece il merito. In questo modo si sprecano risorse senza ottenere alcun risultato, perché nessuno ha a disposizione quello che serve per svolgere una ricerca in modo compiuto. Mancando poi ogni forma di controllo a posteriori, si attua una situazione per cui «poco viene dato, ma nulla viene chiesto».
Se si riconosce che la ricerca scientifica è il motore per il progresso di un Paese, è necessario porre mano ad una serie di cambiamenti per aumentare le risorse e per collocarle nel modo migliore. Non si tratta di inventare nulla, ma semplicemente di seguire ciò che altri Paesi europei hanno fatto per migliorare la loro ricerca.
Il punto da cui partire è una sostanziale riforma dell’ente che deve distribuire le risorse. La proposta è di realizzare un’Agenzia Italiana per la Ricerca Scientifica (AIRS), che sia completamente autonoma dai ministeri. In altre parole tutte le risorse disponibili per la ricerca a livello pubblico dovrebbero essere convogliate presso l’AIRS e incanalate attraverso l’Agenzia. Non si tratta di realizzare un altro carrozzone, ma di organizzare una struttura snella, efficiente, che si avvale di un ristretto gruppo di amministrativi e di molte segreterie tecniche.
L’AIRS dovrebbe avere molte funzioni; ne elenchiamo solo alcune. Sulla base dei grandi temi della ricerca - salute, ambiente, energia, eccettera - l’AIRS dovrebbe preparare bandi di concorso elaborati sulla base di input politici. Spetta infatti ai politici indicare le aree in cui la ricerca deve operare, tenendo conto dei livelli di conoscenza, mentre spetta all’AIRS decidere come allocare le risorse, chiamando a raccolta tutte le organizzazioni italiane pubbliche e private che hanno competenza per svolgere determinate ricerche.

Metodologie comuni
L’AIRS dovrebbe assicurare un’equa valutazione attraverso metodologie in uso in tutti i Paesi industrializzati. Spetterebbe all’AIRS il compito di controllare l’andamento della ricerca per stabilire il rapporto fra somme erogate e risultati raggiunti. Un compito fondamentale dell’AIRS, oggi largamente disatteso, dovrebbe essere l’interfaccia con i programmi di ricerca dell’Unione Europea per valorizzare il contributo italiano e per realizzare adeguate sinergie fra i programmi di ricerca nazionali ed europei.
Nello svolgere la sua attività l’AIRS non può ignorare la carenza di ricercatori nel nostro Paese, lanciando un grande piano per il reclutamento dei giovani ricercatori, facendo in modo che trovino una localizzazione presso i migliori laboratori. Infine non va dimenticata la necessità di coordinare la ricerca scientifica pubblica e privata con le attività industriali per permettere la realizzazione di nuovi prodotti.

Riconoscere l’autonomia
La proposta dell’AIRS non è in contrasto con l’Agenzia per la valutazione promossa dal MUR, perché quest’ultima avrebbe il compito di valutare soprattutto l’attività universitaria. Realizzare l’Agenzia Italiana per la Ricerca Scientifica vuol dire dare autonomia alla ricerca, riconoscerne l’importanza, stimolarne l’attività e ripristinare una speranza che ridia nuove prospettive ai ricercatori italiani.

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Hacker Fest!

Aprile 26, 2007 on 1:01 am | In Muoversi, Bit e Chip | Nessun commento

 

 

Per celebrare la conclusione della sessione di corsi OCDL Underscore _TO* Hacklab ha organizzato una festa per ringraziare tutti coloro che hanno partecipato. Il tema della festa è: “Il mondo visto dagli acari”. Ci saranno speech su:

  • Universo GNU/Linux

  • Anti DRM - Trusted Computing

  • Licenze Libere

  • Etica Hacker

  • Filosofia Free Software

Dato che di festa si tratta, non mancherà l’intrattenimento con :

  • Musica, video e mostra fotografica, il tutto in Creative Commons

  • Videogames

  • Spuntino benefit

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ADVcamp: gli addetti della comunicazione si incontrano

Aprile 24, 2007 on 12:12 pm | In Eventi, Creare, Innovare | Nessun commento

Il mondo della pubblicità è quello che più di tutti subisce gli effetti dei cambiamenti sociali. Chi lavora in questo campo sa bene che per comprendere davvero l’essenza di una società bisogna osservarne accuratamente i metodi e le tecniche di comunicazione. Coloro che lavorano nell’ambito della comunicazione, soprattutto pubblicitaria, sanno bene che bisogna continuamente adeguarsi alle tendenze, ai mutamenti sociali. E’ un continuo processo di ricerca e analisi. Con l’avvento dei New Media però questa evoluzione è ancora più accelerata ed il concetto classico di advertising sta percorrendo strade sempre più diverse e “non convenzionali”.

Dopo il successo in tutto il mondo della formula BarCamp, anche in Italia questa nuova forma di incontri organizzati dal “basso” sta riscuotendo grande interesse. In Italia il trend è quello di organizzare sempre più BarCamp tematici. Seguendo questa scia input/TORINO ha deciso di organizzare un BarCamp a Torino dedicato alle nuove forme di comunicazione e ai nuovi mondi dell’advertising.

Il tema dell’ ADVcamp sarà: “Le nuove frontiere della comunicazione e l’evoluzione delle agenzie.

Tutti coloro che lavorano nel mondo della comunicazione e della comunicazione pubblicitaria, sono quindi invitati a partecipare per confrontarsi e discutere in maniera del tutto libera ed informale, così come tipico della formula BarCamp.

Il wiki dell’Advcamp

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Le folli spese del povero Cnr

Aprile 24, 2007 on 1:09 am | In Investire, Valley | Nessun commento

Da Lastampa.it
Piange miseria e vorrebbe una fetta del tesoretto, ma investe 500 mila euro nel museo dell’orologio

Bontà loro, anche i vertici del Cnr hanno scoperto che i fondi disponibili per la ricerca di Stato bastano giusto per affitti, stipendi e bollette. Così s’è arrivati a discutere di sottogoverno più che di alta ricerca. Il presidente del Cnr Fabio Pistella pensa al tesoretto: «Spero - ha spiegato all’inizio della scorsa settimana - che la stagione dei congressi della maggioranza sia proficua e che, riguardo la ripartizione del tesoretto, porti buone notizie». Al Cnr raccontano che sono i sintomi di un addio annunciato. Che magari si concretizzerà proprio appena chiusa la «stagione dei congressi»: sarebbe pronto un accordo per sostituire Pistella offrendogli in cambio un incarico all’Autorità per l’Energia e il gas. Bisogna però trovare spazio per il suo vice Roberto De Mattei, di professione storico e nel tempo libero animatore del Centro Lepanto, cenacolo di ispirazione cattolica integralista. L’ha voluto accanto a Pistella Gianfranco Fini, che lo reclutò come consigliere di politica estera quand’era alla Farnesina.

«Dateci 70 milioni»
Venerdì Pistella ha fatto la seconda mossa: ha chiesto al ministero della Ricerca 70 milioni, accodandosi alle proteste dei Rettori contro il ministro dell’Università e della ricerca Fabio Mussi. Meglio tardi che mai: Pistella è al Cnr da tre anni, il rubinetto dei finanziamenti è in secca almeno da altrettanto e il braccino corto del ministero è ormai un fatto acclarato: tra il 1998 e il 2006 il fondo ordinario ha perso 86 milioni. La novità è che il vertice del Cnr non sente più la necessità di tener buono Mussi. Come accadde in autunno con la Finanziaria, quando l’ultima sforbiciata ha ridotto i fondi a 509 milioni nel disinteresse generale. Pistella, però, taglia corto su come il consiglio d’amministrazione (che lui presiede) ha suddiviso i sacrifici: 27 milioni di taglio? 23 pesano sulla ricerca. È lo stesso consiglio, d’altronde, che ha deliberato un aumento delle spese per convenzioni e consorzi del 63,15%: da 7 milioni 600 mila euro nel 2006 a 12 milioni 400 mila nel 2007. Meglio glissare.

Per chiedere 70 milioni al ministro - forse - sarà necessario spiegare anche nel dettaglio la ragione di contributi come i 500 mila euro spesi per acquistare il Museo degli orologi a muro di San Marco dei Cavoti, in provincia di Benevento, con tanto di finanziamento decennale (un milione) per poi mantenerlo. O quelle che hanno indotto il cda a destinare nel bilancio di previsione 2007 la bella cifra di 120mila euro a Geophysica-Geie, ente che figura in liquidazione dallo scorso 18 gennaio. Bisognerà ragionare sulle priorità della ricerca italiana, tanto per chiarire se davvero lo studio del «lessico intellettuale» europeo ed italiano meritino la dignità - e le necessità di bilancio - di istituti di ricerca.

Il balletto delle cifre
Potrebbe addirittura essere necessario mettere una volta per tutte nero su bianco i risultati raggiunti. Da settembre a oggi il Cnr ha prodotto tre documenti sull’argomento senza riuscire nell’impresa. Basta mettere accanto il Rendiconto 2005, il Piano triennale 2006-2008 e una nota di risposta alla rivista Le Scienze che aveva pubblicato un servizio sul calo della produzione scientifica, per accorgersi che i numeri non combaciano mai. In tanta confusione, una certezza resta inossidabile: se si tratta di burocrazia, tagliare è vietato. Le spese per gli istituti sono state ridotte da 75 a 52 milioni, ma in bilancio è rimasto ben saldo l’accantonamento di 5 milioni e 850 mila euro per la nomina dei nuovi direttori, e poco importa se il governo ha bloccato le nomine per decreto. Fermi anche un milione e 300 mila euro destinati ai capiprogetto, figura che aggiunge l’ennesimo gradino alla già burosaurica gerarchia del Cnr. A dispetto dei meriti «manageriali» sbandierati spesso e volentieri dai vertici, la nuova organizzazione costa - con questi chiari di luna - oltre 14 milioni di euro all’anno. Basta, per esempio, trasformare i direttori di istituto da professori universitari in manager con contratto privatistico per quintuplicare i costi di indennità.

Privato dimezzato
Pistella insiste sulla partecipazione privata: «Servono partenariati, programmi concordati e risorse concordate tra pubblico e privato - dice -. In questo quadro il Cnr ha superato le aspettative. I 500 milioni del ministero siamo riusciti a metterli a frutto recuperando altrettanto da varie altre fonti, da privati e con privati, anche partecipando a fondi europei». A leggere i documenti, si scopre che la raccolta privata (273 milioni) vanto del presidente altro non è che l’ennesima marcia indietro. Decide tutto Roma e gli istituti, presenti sul territorio e più adatti a raccogliere denaro da imprese e amministrazioni pubbliche, non hanno peso. Sarà un caso? La previsione iniziale 2006 parlava di oltre 42 milioni di euro raccolti tra Regioni ed enti locali. Nella previsione iniziale 2007 sono diventati 15, meno della metà.

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