La sfida di Torino capitale della mobilità

Agosto 28, 2007 on 7:27 am | In Bit e Chip, Esportare, Europa, Innovare, Muoversi |

Da La Stampa Marina Cassi

Andrà in Consiglio comunale alla ripresa, ma la giunta ha già approvato la delibera: la Città aderirà al comitato promotore infomobilità, logistica e mobilità sostenibile. La stessa scelta l’ha fatta la giunta provinciale e nel comitato ci saranno la Regione, Finpiemonte, Confindustria, Torino Wireless, Unioncamere.
Torino si candida così a coprire un altro ruolo di eccellenza in Italia: dove se non qui si può sviluppare una rete di ricerca e produzione nel campo della mobilità? E’ qui che ci sono la Fiat, Iveco, Iribus, ma anche 5T e il Politecnico, Torino Wireless e Tilab, Magneti Marelli e Elem, il programma Galileo e il sistema satellitare europeo.

L’obiettivo è creare una cosiddetta piattaforma che sia in grado di proporre progetti di ricerca da una posizione di forza anche rispetto al governo. Sembrano cose astratte, ma in realtà sono il cardine delle politiche industriali. Il vice sindaco, Tom Dealessandri, fa degli esempi concreti: «Tutto il tema che calamita l’attenzione dei controlli degli accessi alle città o alla Ztl, del pagamento o o meno di ticket di ingresso o della selezione degli accessi alle auto ecologiche funziona solo se ci sono gli strumenti tecnologici. Quegli strumenti si possono acquistare o si possono produrre qui. E qui si può fare ricerca, crescere e vendere nel mondo creando nuove imprese e nuovo valore».

La piattaforma della infomobilità si muoverà sull’esempio del comitato dell’aerospazio che è partito un anno e mezzo fa. Per Dealessandri si tratta di un concreto intervento di politica industriale che si accompagna ai tanti altri. Ma adesso forse è venuto il momento di allargare l’orizzonte.
E il vicesindaco propone una riflessione: «Non credo sia possibile continuare a affrontare le situazioni di difficoltà man mano che si presentano come si è fatto per Mirafiori o in altri casi tipo Embraco». Adesso, anche grazie al fatto che la ripresa economica c’è e le situazioni di emergenza sono meno numerose è possibile pensare a «uno strumento duraturo e stabile».

Tom Dealessandri ha una sua precisa ipotesi: «Penso a una società partecipata dai grandi enti pubblici che non sia ovviamente una Gepi, ma serva affrontare due-tre realtà all’anno». E si addentra: «Le aree dismesse, da aziende che hanno chiuso, come nel caso Thyssen, o che riducono il loro bisogno di spazi produttivi, potrebbero essere rilevate dalla nuova società che le dovrebbe bonificare e riqualificare per rimmetterle sul mercato. Puntiamo a un realtà di questo genere, forte e operativa, se no non serve».
L’obiettivo è renderle appetibili non per una manifattura di tipo tradizionale, ma per aziende teconologiche avanzate. Conclude il vicesindaco: «Chi viene qua non cerca un’area e basta, quella la trova ovunque. Cerca un sistema integrato dove convivono formazione, ricerca, reti di conoscenza».

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