“Città da bere? No, da inventare”
Febbraio 16, 2008 on 3:45 pm | In Inchieste, Innovare, Review, Valley |Luigi La Spina su La Stampa
Ha lasciato da pochi giorni un osservatorio molto interessante, soprattutto sull’Italia. Alla Fondazione Giovanni Agnelli da 22 anni, direttore negli ultimi sette, Marco Demarie ha potuto, tra l’altro, cogliere e approfondire quale sia stata la reazione del nostro Paese e anche della città di Torino di fronte al grande processo di globalizzazione che, in questo periodo, ha investito tutte le società del mondo. La sua impressione, in sintesi, è che l’Italia abbia risposto a questo fenomeno «non come una sistema nazionale, ma come un insieme di sistemi locali».
È possibile, quindi, una doppia lettura e un doppio giudizio di questi anni?
«Credo di sì. C’è stata una complessiva crisi del sistema economico, sociale e anche culturale del nostro paese. Un declino indubbio di quella vitalità che pure aveva contraddistinto, in maniera straordinaria, il dopoguerra e gli anni successivi. A questo aspetto si è contrapposto l’emergere, in un ruolo significativo, della città che, invece, ha saputo interpretare molto positivamente queste trasformazioni del mondo».
Tutte le città italiane o solo alcune?
«Alcune più, alcune meno, certamente. Roma, per esempio, è stata facilitata dal suo ruolo di capitale. In quella città è avvenuta una progressiva concentrazione di funzioni che le ha permesso anche di esercitare un ruolo anticiclico rispetto alle tendenze economiche nazionali».
La città che si è trasformata di più, forse, è proprio quella che è stata sotto i suoi occhi in questi anni, Torino. Non crede?
«In effetti Torino è stata la prima città ad avviare, negli anni ‘80, una profonda riflessione sul suo futuro con una conclusione immediata: la presa d’atto dell’ineluttabilità del suo declino. Tra l’’80 e il ‘90 Milano era la città da bere, Torino quella da seppellire».
Previsione clamorosamente sbagliata.
«Il tentativo di capire i motivi del possibile declino è stata la molla che ha permesso di individuare la risposta, del tutto azzeccata. Si è compreso che lo sviluppo della competenza industriale, la ricerca avanzata sui sistemi di produzione, potevano essere realizzati solamente alla condizione di una migliore qualità urbana, sia nelle forme della città sia nella cultura. Per evitare la fuga degli operatori torinesi e, invece, riuscire anche costituire un polo di attrazione per gli altri».
Processo che ha trovato nelle Olimpiadi il suggello definitivo.
«Sì, non solo come evento tecnicamente riuscito, ma come simbolo, anche per i torinesi, dell’avvenuta conquista consapevole della prassi della progettualità. L’immagine di una città dove avvengono cose nuove, la patria della creatività. Per usare lo slogan di Obama adottato anche da Veltroni, Torino ha dimostrato che “yes, we can”. Si può invertire una tendenza che sembrava ineluttabile».
Non c’è, ora, il rischio che Torino possa tornare indietro?
«No, non credo possa tornare indietro. C’è un altro rischio, invece, quello della disgregazione, se il processo non sarà sostenuto da almeno tre condizioni: il mantenimento di una forte leadership da parte del sindaco che succederà a Chiamparino, la consapevolezza dei gravi problemi di coesione sociale che si stanno avvicinando, penso al destino dei giovani immigrati di seconda generazione, e un cospicuo investimento sul sistema formativo della città, la scuola e l’Università».
Lasciata la direzione della Fondazione Agnelli, cambierà settore di interessi e di occupazione?
«In questi anni, credo che le fondazioni siano state un fattore altamente positivo nello sviluppo della nostra società, sia per la loro capacità di partecipare al dibattito pubblico con contributi di grande innovazione sia per le rilevanti risorse finanziarie messe a disposizione del territorio. Spero che questo mondo, anche per il lavoro che ho svolto come responsabile del centro di documentazione del settore, possa ritenere ancora utile il mio contributo».
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