La tolleranza è un capitale creativo
Giugno 15, 2008 on 10:00 am | In Creare, Investire, Raccontare | Nessun commentoFrancesco Ramella su Lastampa.it
Tags: creatività, globalizzazione, innovazione, lastampa.itIl gay pride e la marcia dei rom hanno portato una frizzante ventata di diversità per le strade della capitale. Queste manifestazioni fanno da contraltare al clima pesante e un po’ cupo verso le minoranze che ha accompagnato l’inizio della legislatura. L’incertezza che pervade il Paese ha generato un’atmosfera di paura verso ciò che non conosciamo. Una chiusura difensiva che talvolta si trasforma in aggressiva intolleranza. O nel migliore dei casi alimenta un atteggiamento poco benevolo verso chi ci è estraneo, tanto più se lo percepiamo come differente: gli stranieri-clandestini, gli omosessuali, gli zingari e ora anche le prostitute. Questo clima di diffidenza sociale è l’altra faccia d’un timore del futuro che condanna il Paese al declino. Dobbiamo reagire. Sta a noi infatti decidere se vogliamo essere un paese impaurito, egoista, chiuso come quello che ci appare nella miseria dei raid contro i rom e gli omosessuali; o un paese moderno, dinamico, amante della «dolce vita» ma anche solidale e accogliente verso gli altri. Non poco del nostro avvenire dipende anche da come ci rapportiamo verso ciò che è «diverso» da noi.
Qualche anno fa un professore americano di studi urbani, Richard Florida, ha sviluppato un’interessante teoria che associa lo sviluppo economico alla proliferazione della cosiddetta «classe creativa»: le professioni ad alto contenuto di conoscenza e ricerca sia nel campo tecnico-scientifico che in quello artistico. Nei nuovi scenari della globalizzazione, l’innovazione rappresenta una risorsa chiave per lo sviluppo. La formula magica per la crescita economica è quella delle «3 T»: tecnologia, talento e tolleranza. Se i primi due assets costituiscono gli ingredienti fondamentali dell’innovazione, il terzo rappresenta però il fattore chiave per mobilitarli. La nuova geografia dello sviluppo premia soprattutto i territori capaci di attrarre i detentori del «capitale creativo». E questi soggetti prediligono le città che - afferma Florida - si contraddistinguono per «maggiore apertura, diversità e tolleranza». I luoghi in cui si costruisce il futuro sono quelli «aperti agli immigrati, agli artisti, ai gay e all’integrazione razziale». Per individuare questi contesti lo studioso ha utilizzato un indicatore piuttosto inusuale - un «indice gay» che misura la percentuale di omosessuali sul totale della popolazione - mostrando che questo risulta uno straordinario predittore della localizzazione geografica e della crescita dei settori produttivi più innovativi.
Non sembra azzardato fare uscire la riflessione sulle minoranze dal «ghetto» dei dibattiti sui diritti civili, cogliendone tutte le implicazioni in termini di qualità (e varietà) della nostra cultura e della nostra convivenza civile. Valutandone anche le implicazioni di lunga durata sulla capacità innovativa del nostro Paese. Un fronte su cui l’Italia risulta deficitaria a giudicare dai dati dell’European Innovation Scoreboard. Questo strumento, elaborato dalla Commissione Europea per monitorare annualmente i risultati della «strategia di Lisbona», si basa su un set di 26 indicatori che misurano la prestazione dei «sistemi nazionali della ricerca e dell’innovazione». L’Italia si trova nella fascia medio-bassa della classifica, con uno 0,33 che la colloca al di sotto della media europea (0,45) e a notevole distanza dai paesi più avanzati. Lontano non solo dagli Stati Uniti (0,55) e dal Giappone (0,60), ma anche dai paesi leader europei: Svezia (0,73); Svizzera (0,67); Finlandia (0,64); Danimarca (0,61); Germania (0,59) e Inghilterra (0,57). Non solo spendiamo poco per ricerca e sviluppo ma non facciamo niente per formare o attrarre i nuovi talenti. Insomma, chiudendoci a riccio nei confronti della diversità degli altri finiamo per non scommettere sul nostro futuro. Con il rischio - molto reale - di ritrovarci domani non solo più poveri… ma anche noiosi e antipatici.
Al Politecnico di Torino si apre l’era delle bacheche virtuali
Aprile 9, 2008 on 6:08 am | In Bit e Chip, Innovare, Learning, Raccontare, Valley | Nessun commento
Addio vecchie e colorate bacheche universitarie di carta, siete voi le prossime vittime della rivoluzione digitale. Verrete sostituite da moderni schermi interattivi, con i quali gli studenti comunicheranno solo attraverso i linguaggi del presente e del futuro: bluetooth, sms, wi-fi. Sono le “bacheche virtuali”, il cui primo prototipo verrà installato entro la fine di aprile al Politecnico di Torino.
“E’ un altro segno del “mobile campus”, l’università mobile del futuro”, ha detto in conferenza stampa il rettore dell’ateneo Francesco Profumo. “Dal prossimo anno arriveranno studenti che sono nati nell’era di Internet e dei telefonini: hanno sempre vissuto a stretto contatto con le nuove tecnologie. Loro comunicano in modo diverso e noi dobbiamo adeguarci, a partire dalle infrastrutture”.
La nuova bacheca virtuale è un gioiellino di tecnologia tutto piemontese. Non solo viene battezzata al Politecnico, ma nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Torino Wireless e la società di investimenti EXITone ed è stata concretamente realizzata da due aziende torinesi, Seac02 (nata all’interno dell’incubatore del Politecnico) e Rivetti Grafica.
Per usare una terminologia cara a Internet, la versione presentata alla stampa è ancora in fase “beta”: offre poche funzioni base e mostra un’interfaccia dall’aspetto piuttosto asettico (soprattutto in confronto con la giungla di annunci di carta delle vecchie bacheche), con tanti finti post-it gialli messi in fila su uno schermo rettangolare. Ma le sue potenzialità sono già molto chiare.
Studenti e bacheche dialogheranno solo attraverso dispositivi mobili. Con un telefonino (o un qualsiasi altro strumento) dotato di tecnologia bluetooth si potranno consultare gli annunci o inserirne di nuovi: più avanti il servizio verrà ampliato agli sms (prima) e alla tecnologia wi-fi (dopo). Alla fine sarà possibile visionare e modificare i contenuti anche a centinaia di chilometri di distanza.
“L’obiettivo è di installare dieci nuove bacheche virtuali entro l’inizio del prossimo anno accademico”, spiega Profumo, “sostituendo definitivamente quelle vecchie di carta”. Prima però bisognerà risolvere qualche problema. Scegliere e affinare le categorie di annunci disponibili, per esempio: anche con la collaborazione degli studenti stessi, tramite un forum su Internet. E trovare un modo per permettere l’accesso a chi studente non è ma vorrebbe semplicemente pubblicare l’annuncio di una festa in discoteca o di una camera disponibile in affitto.
Per ragioni di sicurezza, le bacheche virtuali nascono infatti come uno strumento riservato agli studenti: il software del servizio va a controllare negli archivi del Politecnico e permette solo ai loro telefonini di caricare e scaricare annunci. L’accesso agli estranei è vietato. L’idea è quella di aprire un canale attraverso il quale si potranno pubblicare anche inserzioni dall’esterno, senza però entrare in contatto diretto con le bacheche.
Ma i piani futuri della Seac02 sono ancora più ambiziosi. Le bacheche virtuali potranno infatti essere vendute anche ad altre università (il costo previsto si aggira intorno ai due/tremila euro a pezzo) e si guarda con interesse pure al mercato business privato. “In fondo le bacheche non devono mica essere tutte uguali”, dice Profumo. “Possono essere utilizzate in vario modo: le nostre del Politecnico si differenzieranno per contenuti, a seconda di dove saranno collocate”.
Sotto vari aspetti, l’influenza di Internet appare evidente. C’è il lato relazionale figlio dei social network, con gli studenti che potranno utilizzare le bacheche per intrecciare nuove forme di comunicazione. C’è una manifesta apertura al mondo della pubblicità, che non potrà che guardare con interesse a uno strumento che ottimizza il meccanismo di annunci e inserzioni all’interno di un campus da centomila studenti. E c’è anche un pizzico di digital divide, visto che diventa praticamente obbligatorio, o quantomeno consigliato, avere un dispositivo bluetooth.
In più, c’è una strizzata d’occhio allo user-generated content. Perché se a prima vista il prototipo della bacheca appare esteticamente davvero freddino, chissà che a vivacizzarlo non siano proprio gli studenti. Soprattutto se verranno forniti loro gli strumenti adatti, a partire da quelle funzioni per caricare messaggi audio e video di cui si è parlato in conferenza stampa. Allora si potranno immaginare annunci video in cui ad esempio uno studente cerca dei compagni di stanza o mette in vendita una moto usata mostrando direttamente l’alloggio e il veicolo. Persino le bacheche universitarie, insomma, si stanno aggiornando al linguaggio di YouTube e del Web 2.0.
Le foto delle bacheche virtuali
Tags: bacheche-virtuali, lastampa.it, politecnico-Torino, torino-wireless
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